
Aḥmad ibn Faḍlān fu un viaggiatore e ambasciatore arabo vissuto nel X secolo d.C. Egli partì nel giugno del 921 per una missione diplomatica in cui avrebbe dovuto incontrare Almış, re bulgaro presso il fiume Volga, per conto del califfo di Baghdad, al-Muqtadir . Aḥmad fu uno dei primi orientali ad entrare in contatto con le popolazioni del nord europa e a scrivere un resoconto di ciò. Il suo manoscritto integrale, datato 922 d.C., è andato perduto, ma per fortuna, è giunta fino ai giorni nostri una versione “accorciata”, diversi frammenti e passaggi originali. Il resoconto dell’ambasciatore racconta al dettaglio la cultura, gli usi e i costumi delle popolazioni incontrate nel viaggio(che lo porterà, dopo il fallimento dei negoziati con il re Almış, ad incontrare le tribù nordiche che commerciavano con i bulgari). Il testo è un documento importantissimo per capire alcuni aspetti della vita di questi popoli, in quanto ne è una testimonianza diretta. Riportiamo di seguito il passaggio più famoso dell’opera di Aḥmad, in cui l’autore racconta minuziosamente il rito di un funerale nordico.
“Avevo sentito che per la morte di un loro capo facevano molte cose, di cui il minimo era la cremazione, ed ero interessato a saperne di più. Alla fine mi è stato detto della morte di uno dei loro uomini eccezionali. Lo misero in una tomba e misero un tetto sopra per dieci giorni, tagliarono e cucirono abiti per lui. Se il defunto è un povero, fanno una piccola barca, lo depongono e la bruciano. Se invece è ricco, raccolgono i suoi beni e li dividono in tre parti, una per la sua famiglia, un’altra per il suo abbigliamento e una terza per fare una bevanda inebriante che bevono fino al giorno in cui la sua schiava si ucciderà e verrà bruciata con il suo padrone. Si prodigano a bere questa birra notte e giorno; a volte uno di loro muore con la coppa in mano. Quando l’uomo di cui ho parlato è morto, le sue ragazze schiave furono invitate a scegliere chi sarebbe morta con lui. Una rispose “io” e venne poi affidata alle cure di due giovani donne, che avrebbero vegliato su di lei e l’avrebbero accompagnata ovunque, al punto che di tanto in tanto lavavano i suoi piedi con le proprie mani. Vennero fabbricati gli indumenti per i defunti e tutto il resto. Nel frattempo la schiava bevve ogni giorno e cantò, dando se stessa al piacere.
Quando il giorno arrivò ed era tempo che l’uomo fosse cremato (e la ragazza con lui), andarono tutti al fiume su cui vi era la sua nave. Ho visto che avevano tirato la nave sulla riva e che avevano eretto quattro pali di legno di betulla insieme ad altro legno, e che intorno alla nave era stata fatta una struttura per tenere la grande nave di legno. Tirarono la nave fino a posizionarla in questa costruzione. Cominciarono ad andare e venire e dire parole che non capivo, mentre l’uomo era ancora nella sua tomba e non era ancora stato esposto. Il decimo giorno, dopo aver portato la nave fin su dalla riva del fiume, la custodirono. Nel mezzo della nave, avevano preparato una cupola o padiglione di legno e adornato questo con vari tipi di tessuti. Portarono un divano e lo misero sulla nave coprendolo con un materasso di broccato greco. Poi arrivò una vecchia che chiamano l’Angelo della Morte, e lei si distese sul divano e sugli arredi menzionati. È lei che ha la responsabilità della vestizione e di organizzare tutte le cose, ed è lei che uccide la schiava. Ho visto che era vecchia e grassa.
Il morto non aveva un cattivo odore, era solo il suo colore ad essere cambiato. Lo vestirono con pantaloni, calze, stivali, una tunica, e caffettano di broccato con bottoni d’oro. Misero un cappello di pelliccia di broccato sulla sua testa, poi lo portarono nel padiglione a bordo della nave. Lo misero a sedere sul materasso e lo appoggiarono ai cuscini. Avevano portato la bevanda inebriante, la frutta, e piante profumate, che misero con lui, poi posero davanti a lui pane, carne e cipolle. Portarono un cane, che tagliarono in due e misero nella nave. Poi portarono le armi e le posero al suo fianco. Poi presero due cavalli, li fecero correre fino a che non ebbero sudato, poi ,tagliati a pezzi con una spada, misero anch’essi sulla nave. Successivamente uccisero un gallo e una gallina e li gettarono in nave. La schiava che aveva voluto essere uccisa, andava qua e là in ciascuna delle tende consumando rapporti sessuali con i padroni e dicendo «dì al tuo Signore ho fatto questo per amore di lui».
Venerdì pomeriggio portarono alla giovane schiava una cosa che avevano fatto, che assomigliava a un telaio della porta. Mise i piedi sui palmi delle mani degli uomini e la sollevarono sopra questa cornice. Parlò, dicendo qualche parola, e l’abbassarono di nuovo. Una seconda volta e una terza volta e continuò a fare come le due volte prima. Poi le portarono una gallina; lei le tagliò la testa, buttandola via, poi prese la gallina e la mise nella nave. Ho chiesto all’interprete ciò che aveva fatto. Egli rispose: la prima volta che l’hanno sollevata, ha detto: “Ecco, io vedo mio padre e mia madre”. La seconda volta ha detto “vedo tutti i miei parenti morti seduti.” La terza volta ha detto, ‘”vedo il mio padrone seduto in Paradiso e il Paradiso è bello e verde. Con lui sono uomini e ragazzi servi. Lui mi chiama. Portami a lui.”
Quindi la portarono alla nave. Si tolse i due braccialetti che indossava e li diede alla vecchia chiamata Angelo della Morte, che doveva ucciderla; poi si tolse i due anelli che indossava e li consegnò alle due ragazze che l’avevano servita, ed erano le figlie della donna chiamata l’Angelo della Morte. Poi la sollevarono sulla nave, ma non la fecero ancora entrare nel padiglione.
Così, il parente più prossimo del morto, dopo che avevano messo la ragazza (che intanto era stata uccisa) accanto al suo padrone, giunse, prese un pezzo di legno acceso con lo scopo di dar fuoco al legno che era stato posto sotto la nave e camminò all’indietro con la parte posteriore della sua testa verso la barca e il viso rivolto verso il popolo, con una mano teneva il bastone acceso e con l’altra copriva il suo ano, essendo completamente nudo. Poi la gente si avvicinò con l’esca e altre torce, ciascuno in possesso di un pezzo di legno a cui aveva dato fuoco e che mise nel mucchio di legno sotto la nave. Allora le fiamme inghiottirono il legno, poi la nave, il padiglione, l’uomo, la ragazza e tutto ciò che era nella nave. Un potente vento di paura cominciò a soffiare in modo che le fiamme divennero feroci e più intense.
Uno dei Rus era al mio fianco e lo sentii parlare con l’interprete che era presente. Chiesi all’interprete quello che aveva detto. Egli rispose che aveva detto: “Voi siete pazzi, arabi.” “Perché?” Gli chiesi. Egli disse: “Tu prendi le persone che sono più care e onorate e le metti nel terreno in cui gli insetti e i vermi li divorano. Noi lo bruciamo in un momento, in modo che egli entri in Paradiso in una sola volta”. Poi si mise a ridere fragorosamente. Quando chiesi perché avesse riso, disse: “Il suo Signore, per amore di lui, ha inviato il vento per portarlo via in un’ora.” E in realtà un’ora non era ancora passata che la nave, il legno, la ragazza e il suo padrone non erano altro che cenere.”
Una curiosità: alcuni di voi ricorderanno che la figura di Aḥmad ibn Faḍlān viene raccontata nell’americanissimo “Il 13º guerriero”, film del 1999 diretto da John McTiernan, ispirato al romanzo “Mangiatori di morte” di Michael Crichton ed influenzato dal poema epico Beowulf . Nel film, Ahmad, interpretato da Antonio Banderas, insieme ad altri dodici vichinghi, si ritrova coinvolto in un’avventurosa impresa per salvare una città minacciata da misteriosi uomini-orso.
– Feor
– Immagine: “Funerale di un vichingo”, 1893 – Frank Dicksee
