Ricorre oggi l’anniversario delle “Idi di Marzo”, il termine con cui nel calendario romano si indicava la metà del mese. Il 15 marzo del 44 a.C. non fu però un giorno qualunque della storia romana: veniva assassinato Caio Giulio Cesare.
E’ Considerato forse il più grande generale e politico della Roma antica(di sicuro il più famoso), arrivato al vertice del potere romano dopo gloriose campagne militari ed una sanguinosa guerra civile contro il suo storico rivale Pompeo, divenne di fatto il padrone incontrastato di Roma. Il suo ruolo e la gestione di esso- attraverso misure economiche vantaggiose per le classi popolari- lo resero un punto di riferimento per gran parte del popolo romano ma anche il bersaglio di alcuni senatori che vedevano nella sua ascesa la fine della repubblica. Un gruppo di senatori, guidati da Gaio Cassio, Marco e Decimo Bruto, misero in atto una congiura che passò presto alla storia come “Cesaricidio”. La figura di Cesare e le sue gesta non lasciarono a Roma le sole conquiste militari, ma rappresentarono anche l’anello di congiunzione fondamentale tra la fine dell’ordinamento repubblicano di Roma(ormai da tempo in crisi) e l’inizio dell’impero.
Svetonio, nella “Vite dei Cesari” racconta così l’episodio dell’assassinio:
“Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico dell’iniziativa, gli si fece più vicino, come se volesse chiedergli un favore: Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa ad un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: «Ma questa è violenza bell’e buona!» uno dei due Casca lo ferì dal di dietro, poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con il suo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, coperta anche la parte inferiore del corpo. Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: «Anche tu, figlio?»,*Privo di vita, mentre tutti fuggivano, rimase lì per un po’ di tempo, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva in fuori, fu portato a casa. da tre servi. Secondo il referto del medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella
che aveva ricevuto per seconda in pieno petto”.
*oggi sappiamo che questa famosa frase-quasi sicuramente-non fu mai pronunciata da Cesare.
– Feor

