La storia del vichingo che fermò da solo un intero esercito

E’ una di quelle storie che sembrano inventate, di quelle che ci si aspetterebbe di ascoltare di sera, in una taverna, raccontata da un vecchio a cui quasi nessuno dà più ascolto.  Ma ciò di cui parleremo oggi non è leggenda, bensì un episodio realmente accaduto.  Perciò, mettetevi comodi, ordinate una pinta di buona birra e preparatevi ad ascoltare la storia del guerriero vichingo che fermò un intero esercito da solo.

Siamo nell’XI secolo d.C. in Inghilterra, un momento di grandi mutamenti e conflitti sanguinosi per l’isola britannica. L’episodio in questione accade poche settimane prima della battaglia che consegnerà il dominio del paese ai normanni di Guglielmo il Conquistatore(la battaglia di Hastings si svolse il 14 ottobre 1066). il 25 settembre 1066, infatti,  presso il villaggio di Stamford in Inghilterra, si svolse lo scontro che secondo molti segna la fine dell’epoca delle invasioni vichinghe: La battaglia di Stamford Bridge.  Il re anglosassone Aroldo II Goldwinsson dovette fare i conti con un imponente esercito invasore norvegese guidato dal famoso re  Harald Hardråde, appoggiato dal traditore Tostig del Wessex, fratello di Aroldo che si era unito ad “Hardrada” per rivendicare titolo e terre strappategli tempo prima.  Hardrada, una volta sbarcato, ebbe la meglio sui primi tentativi di respingimento, sottomise York e fece accampare i suoi uomini sulle rive del fiume Derwent, in attesa dello scontro campale.  La risposta di Aroldo non si fece aspettare: Facendo avanzare il suo esercito a marce forzate raggiunse il fiume ben prima di quanto pensassero i norvegesi che si fecero trovare completamente impreparati, intenti a bivaccare e a rilassarsi. Con i suoi uomini privi delle armature e divisi sulle due sponde del Derwent, Harald Hardrada ordinò alla retroguardia(che era rimasta sulla sponda occidentale) di formare il celebre muro di scudi (skjaldborg) e resistere all’attacco anglosassone per permettere al resto dell’esercito aldilà del fiume di riorganizzarsi. Dopo una serie di sanguinosi scontri, la retroguardia si ritirò verso il ponte ed è qui che entra in scena il guerriero di cui vi vogliamo parlare.  Un guerriero norvegese di cui non conosciamo il nome e che stava combattendo con la retroguardia, arrivato sullo stretto ponte di legno, si fermò, si voltò e decise che di scappare non aveva granché voglia. Quindi si piantò sul ponte (che permetteva il passaggio di soli due uomini alla volta) e affrontò l’avanzata dell’esercito anglosassone da solo.

I racconti narrano di un guerriero terribile, di stazza enorme, che brandiva una grande ascia a due mani. Gli uomini di Aroldo provarono a più riprese ad affrontare la furia vichinga ma dopo un’ora egli era ancora lì e ai suoi piedi c’erano circa quaranta nemici morti. Così gli anglosassoni escogitarono un tranello: fecero scivolare sotto il ponte una piccola imbarcazione con un soldato armato di lancia; quando questi si trovò sotto al ponte trafisse il combattente norvegese alla gamba, la ferita lo indebolì e fu presto sopraffatto dalla moltitudine dei nemici.

Dopo questo atto di eroismo gli anglosassoni di re Aroldo attaccarono il resto dell’esercito di Harald che, asserragliato su una collina, non riuscì a difendere a lungo la sua posizione, perdendo la battaglia e rimanendo egli stesso ucciso da una freccia nel collo. Aroldo II aveva vinto, almeno per il momento.

Probabilmente non conosceremo mai il nome o le origini del protagonista della nostra storia. Sappiamo però che egli viene da molti considerato un “berserker”(o Berserkr ). Questi particolari guerrieri del mondo norreno erano devoti a Odino, il padre di tutti gli dei del pantheon nordico. I berserkir combattevano quasi completamente nudi (se escludiamo le pellicce di orso che indossavano per richiamare la furia dell’animale) urlando, ululando, mordendo gli scudi, probabilmente inebriati da alcol e droghe che assumevano per eliminare ogni inibizione e abbandonarsi ad una “trance guerriera” in cui non avvertivano né dolore né paura.

Questo è il passo delle “Cronache anglosassoni” in cui si parla della strenua resistenza del guerriero scandinavo:

“Then was there one of the Norwegians who withstood the English people, so that they might not pass over tlie bridge, nor obtain the victory. Then an Englishman aimed at him witn a javelin, but it availed nothing ; and then came another under the bridge, and pierced him terribly inwards under the coat of mail.”

“Lì c’era uno fra I norvegesi che resisteva agli inglesi, in modo da non farli passare oltre il ponte e impedirgli di ottenere la vittoria. Così un inglese lo bersagliò  con un giavellotto, ma non servì a nulla. Poi ne venne un altro sotto il ponte, e lo trafisse terribilmente sotto la cotta di maglia. “

Il sito della battaglia ai giorni nostri

– Feor 


Fonte: “Anglo-Saxon Chronicles”

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