
Oggi i nostri passi viandanti ci portano nella Provincia di Viterbo, più in particolare sul Monte Cimino, la cima più alta della catena che porta il suo nome. Ciò che ci interessa di questa altura non proviene da particolarità geologiche o dalla vista panoramica, ma dall’antica foresta di faggi che la ricopre.

Abbandonare la strada asfaltata e percorrere i sentieri che portano fino alla sommità del Cimino significa entrare un luogo davvero meraviglioso, dove la presenza umana cede il passo al muschio, alle piccole o enormi pietre e ai maestosi faggi che dominano sulla zona, alcuni dei quali superano i duecento anni di età. Una foresta vetusta (un luogo, cioè, popolato da molti alberi al termine del loro ciclo vitale) è un ecosistema completo, in cui la morte di questi grandi e vecchi alberi rappresenta la vita per le altre tante forme di vita che popolano la zona. La foresta del Cimino, in particolare, con la sua estensione di circa 50 ettari è stata eletta Patrimonio Unesco nel 2017.
Studi archeologici iniziati già alla fine del XIX secolo hanno scoperto che la zona della cima del monte(dove oggi è situata una torre) era abitata durante la tarda età del bronzo e che l’area aveva conservato un’importanza strategica per molti secoli visti gli episodi di rioccupazione del luogo da parte di etruschi e romani (sembra che questi ultimi avessero timore della foresta e la vedessero come un luogo tetro e sacro, il che li tenne lontano dalla sommità per diversi anni). Tra le più antiche tracce di presenza umana sul posto sono stati individuati dei roghi, forse traccia di antichi culti che venivano praticati in questo luogo.
Resta famoso l’episodio del 310 a.c., tramandato da Tito Livio, in cui i romani, guidati dal console Quinto Fabio Massimo Rulliano, combatterono contro un esercito etrusco proprio in prossimità della “Selva Cimina”. Gli etruschi vennero sconfitti e i superstiti si rifugiarono nel fitto della foresta…proprio lì dove i romani avevano timore di seguirli. Così Marco Fabio, fratello del console, si offrì volontario per entrare nella foresta e individuare l’accampamento nemico. Egli si camuffò da pastore etrusco (forte anche della conoscenza della lingua, in quanto era cresciuto nella città di Cere) e riuscì ad attraversare il fitto della foresta indisturbato. Riuscì inoltre ad incontrare il popolo degli Umbri Camerti con cui siglò una decisiva alleanza militare. I romani, forti del successo di quella che potremmo definire una delle prime missioni di intelligence del mondo antico, riuscirono a raggiungere i nemici e a sconfiggerli definitivamente.

Oggi, il sentiero è ben segnalato da cartellonistica e staccionate, quindi è molto facile trovare la via per la cima e godersi una tranquilla passeggiata. Per chi invece è abituato a praticare l’arte del vagabondaggio consiglio di abbandonare la strada tracciata e trovare il proprio sentiero, sempre tenendo ben presenti i punti di riferimento per tornare sui propri passi a fine giornata: grigi ed enormi massi sparpagliati per il monte e circondati da un letto di foglie secche ricordano scogli in mezzo ad un mare dai toni autunnali.

Prima di abbandonare questo luogo speciale bisogna sicuramente visitare la Rupe Tremante (conosciuta anche come “Sasso Naticarello”), un enorme masso di Trachite (una roccia magmatica che testimonia l’attività vulcanica della zona) . Nonostante il suo peso di circa 250 tonnellate, il “Sasso” è in bilico su una sporgenza erosa dai millenni e può essere fatto oscillare facilmente usando un palo di legno come leva. Questo “Sasso Naticarello” era famoso già nell’antica Roma ed è stato citato da personalità come Varrone e Plinio il Vecchio (che lo definì “naturae miraculum”).
– Feor

Bellissima, specie in autunno!
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Esatto, in autunno è proprio il massimo!
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Feor, ci sei sui social? Ti va se ci seguiamo?
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Va bene! Mi trovi come @flavio.feor su Instagram!
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