Viviamo nell’epoca dei sequel

Una scena de “La Storia Infinita”, iconico fantasy degli anni 80

Oggi voglio condividere una considerazione che recentemente mi ritorna spesso in mente, specie quando guardo le ultime notizie sui social. Forse un po’ off topic rispetto agli argomenti che trattiamo di solito, forse neanche troppo…
Negli ultimi anni ho notato una tendenza, sempre più invasiva nel mondo dell’intrattenimento, nel creare prodotti legati a titoli cult del passato (film, serie TV, libri e videogames). Vecchie perle della nostra o altrui infanzia vengono ogni anno riprese, rinnovate, rielaborate e infine consegnate al pubblico. Parole come “remake”, “prequel”, “sequel”, “spin off” sono presenti in maniera massiccia in ogni ambito dell’intrattenimento contemporaneo.
A mio modo di vedere il punto non è tanto la qualità del prodotto che viene infine proposto al pubblico (di solito piuttosto scadente se dobbiamo dirci la verità) ma che questo prodotto sia solo una brutta copia di un’opera finita, conclusa con successo decenni prima, che viene invece forzatamente rimessa in discussione e rimodellata, andando inevitabilmente a stravolgere anche il nucleo originale e il ricordo di essa in ognuno degli appassionati.
Perché?
Perché le industrie dell’intrattenimento, autori e produttori sembrano prediligere il rimaneggiamento del vecchio piuttosto che la creazione del nuovo?
La risposta che mi sono dato è di duplice natura: noi, il pubblico, nelle sue mille sfaccettature anagrafiche, geografiche e di “gusto”, viviamo il nostro tempo presente con grande sconforto e preoccupazione, cosa che ci porta irrimediabilmente (spinti anche dalle proposte suddette) a ricercare lo svago e l’intrattenimento in un passato di cui ricordiamo solo il bello, glorificandolo come un’epoca d’oro in cui non esistevano i problemi che abbiamo oggi, non esisteva crisi economica, non esisteva crisi climatica (mi fermo qui perché – aimé- la lista sarebbe lunga). Un’illusione ovviamente; illusione che viene però cavalcata da produttori, siti di streaming etc.; E arriviamo così al secondo aspetto: la rinuncia all’arte. Se fino a qualche anno fa anche nei prodotti più commerciali si intravedeva un tentativo di creare qualcosa di nuovo, di originale, oggi chi tesse i fili del mondo dell’intrattenimento ha rinunciato volontariamente a creare un prodotto “artistico”, perché per raggiungere l’unico (e sacro) obiettivo del profitto, non c’è più bisogno di un atto di “creazione” (più complesso e più rischioso) ma di un atto di semplice “riproduzione” e diffusione. Vogliamo affogarci di malinconia e di contenuti a noi familiari per non metterci in discussione, per non sforzarci a prendere in considerazione esperienze inedite…e ci stanno dando esattamente quello che vogliamo.

P.s. la mia non è e non vuole essere una considerazione totalizzante sul mondo dell’intrattenimento (che per fortuna -di tanto in tanto- ci regala ancora qualche gioia) o sul dare una continuità a una storia (ho personalmente apprezzato molto prequel-sequel-remake) ma vuole parlare di una tendenza che ha preso piede e che sta impoverendo e appiattendo un mondo che dovrebbe invece essere ricco e in continuo sviluppo.

– Feor

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