
Questo articolo è dedicato a Lorenzo “Freyer”, Gabriele e Pietro, compagni di avventura in questo viaggio attraverso spazio e tempo di cui sto per raccontarvi…
Le storie che narrano le gesta di Re Artù e della tavola rotonda (anche detto ciclo arturiano) sono un’intricata ragnatela fatta di episodi leggendari, storie fantastiche, eventi realmente accaduti e tante mani che, armate di penna d’oca, hanno dato il loro contributo a questo straordinario ciclo di racconti. Ciò di cui parleremo oggi riguarda un viaggio che ho fatto, alla scoperta di una reliquia italiana dal grande valore simbolico e spesso chiamata in causa quando si parla dell’universo arturiano: La spada nella roccia di San Galgano.
Qualche tempo fa, in compagnia di amici, sono partito per visitare la bella Firenze e dintorni. Poco prima della partenza ho realizzato che a pochi chilometri da Siena si trovava un luogo interessantissimo e che non potevo non visitare: nei pressi di Montesiepi, nella valle del fiume Merse, sorge una collina sulla quale si trova la Cappella di San Galgano, un piccolo tempio che risale al XII secolo d.C.
Ai piedi della collina si trova il complesso più grande, l’Abbazia di San Galgano, o meglio quello che ne rimane. Priva del tetto e colpita da diversi crolli, l’abbazia conferisce al luogo un’atmosfera tanto suggestiva da essere stata spesso utilizzata come scenario di film e serie tv.

La cappella, situata alla fine di un sentiero sinuoso che risale il poggio, appare come un piccolo edificio di mattoni rossi e di pianta circolare (per questo detta “rotonda di San Galgano”). Una volta entrati, l’attenzione non cade subito sullo stile spartano della struttura, ma sulla roccia bianca trafitta da una spada arrugginita dai secoli: a un passo da noi, c’era quella che alcuni considerano la vera spada nella roccia.
Ci trovavamo in un luogo davvero incredibile, capace di riportarci indietro di quasi mille anni. Ci tuffammo quindi nella storia di San Galgano, il “cavaliere sacro” che ispirò la leggenda.
Chi era Galgano?
Originario di Chiusdino (nei pressi di Siena), nacque intorno al 1147 da Guidotto e Dionigia. Pare che la sua famiglia annoverasse membri della piccola e media aristocrazia del tempo, forse della Consorteria dei Guidotti di Siena. Sulla sua vita abbiamo pochi elementi certi:
Uno dei documenti più importanti che riguardano Galgano è l’inquisitio del 1185, una raccolta di deposizioni che una ventina di testimoni rilasciarono alla presenza di tre delegati papali ed al seguito delle quali Galgano fu santificato. Tra i testimoni, che raccontano di aver assistito a vari miracoli fatti da Galgano, c’è anche sua madre, Dionigia. Lei racconta in particolare di due visioni divine che suo figlio aveva avuto e che le aveva confessato: Nella prima l’Arcangelo Michele (che è l’arcangelo combattente, protettore dei cavalieri) spingeva Dionigia affiché suo figlio prendesse la via delle armi e della cavalleria (ut militem faceret). Nella seconda l’Arcangelo Michele sarebbe apparso a Galgano durante il sonno e gli avrebbe ordinato di seguirlo; arrivati presso un grande fiume, lo avrebbero attraversato grazie ad un lungo e difficoltoso ponte vicino al quale si trovava un Mulino. Galgano e l’Arcangelo sarebbero poi arrivati in un splendido prato fiorito (un locus amoenus), sarebbero passati attraverso una caverna sotterranea per arrivare poi a Monte Siepi. Lì, Galgano avrebbe incontrato i dodici apostoli che inizialmente gli avrebbero dato un libro (ma in quanto analfabeta per lui fu impossibile da leggere) e poi pare che Galgano, alzando gli occhi al cielo, avrebbe avuto la visione celestiale di Dio. Solo a quel punto gli apostoli avrebbero ordinato al futuro santo di costruire in quel luogo un tempio dedicato a Dio, la Vergine Maria e all’Arcangelo Michele stesso.
Nei sogni di Galgano ritroviamo molti elementi comuni della tradizione cavalleresca e dei più famosi cicli medievali come La “Chanson De Roland”, “Queste del Saint Graal”, il “Lancelot” di Chrétien de Troyes, e soprattutto il ciclo di Re Artù.
Secondo la tradizione, queste visioni avrebbero spinto Galgano a diventare un cavaliere e poi a viaggiare come eremita per raggiungere il posto dove avrebbe dovuto creare il suo tempio. Si racconta che il giovane Galgano, ancora abbigliato da cavaliere e armato, abbia peregrinato fino a Montesiepi e sul colle, non avendo trovato legna per formare una croce, abbia piantato nel terreno la sua spada.
Nel punto dove Galgano avrebbe compiuto un gesto che ci suona piuttosto familiare (Artù estrae la spada mentre Galgano la conficca nella roccia) sarebbe sorta la cappella dedicata al santo, voluta dal Vescovo di Volterra poco dopo la morte del cavaliere-eremita.
Anche sulla data di morte ci sono diverse interpretazioni storiche. Gli esperti si dividono tra il 1181 ed il 1183.
Le sorti di Montesiepi e dei seguaci di Galgano si intrecciano con la storia degli ordini agostiniano e cistercense, sarà poi quest’ultimo a riportare il culto eremitico galganiano in seno alla chiesa romana e ad edificare la meravigliosa abbazia.

Sono state fatte molte congetture e supposizioni sull’analogia tra la storia di San Galgano e quella del cavaliere Galvano, della leggendaria tavola rotonda di Re Artù. Innanzitutto ciò che colpisce è l’evidente somiglianza del nome (Galgano-Galvano); in secondo luogo il periodo storico, in cui si stavano diffondendo le storie del ciclo epico arturiano e, soprattutto, l’elemento della spada conficcata nella roccia, un reperto studiato ed analizzato che ci permette di inquadrare con un certo margine la storia del nostro cavaliere intorno alla seconda metà dell’XII secolo.
Per usare le parole di Franco Cardini nel suo “San Galgano e la spada nella roccia”:
“É comunque tanto apparentemente strano quanto sostanzialmente significativo che la sola “Spada nella Roccia” effettivamente visibile e conservata sia lontana da Camaalot e da Glastonbury, e la si possa venerare sotto gli azzurri cieli toscani anziché sotto i brumosi cieli celtici; così come è strano ma al tempo stesso significativo che quell’angolo fuorimano di Val di Merse posto tra Siena, Grosseto, Massa Marittima e Volterra conservi ancora le rovine d’un’abbazia che, nelle sue pure forme gotiche, fa sì che l’intero paesaggio respiri una strana atmosfera, che lo fa somigliare più a una campagna dell’Inghilterra o della Francia settentrionale che non a un pezzo di Toscana. I paesaggi, a saperli guardare, inviano sempre messaggi veri, che tuttavia vanno ben interpretati. Tra Monte Siepi e abbazia di San Galgano, il visitatore si sorprende a chiedersi se veramente Galgano venisse da Chiusdino o da più lontano, se veramente sia un caso che il suo nome assomigli tanto a quello di messer Galvano, il nipote di Artù”.
In conclusione, se le fonti storiche e archeologiche non ci permettono di creare un collegamento certo tra la vita di questo “cavaliere sacro”, la sua spada ed il ciclo arturiano, questo collegamento non si può neppure escludere. Restiamo quindi con un affascinante dubbio e un luogo davvero magico da poter visitare e scoprire.
– Flavio Feor
Fonti:
– Franco Cardini “San Galgano e la spada nella roccia”, Edizioni Cantagalli, V ristampa della II edizione.
– cicap.org (https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=200008);
– Skeptical Inquirer, “San Galgano – la vera spada nella roccia”, Marzo/Aprile 2006.
