Viandando – escursione nella “Selva” di Manziana, tra boschi antichi e paesaggi nordici

Oggi vi raccontiamo un’ altra delle nostre avventure, dove natura, storia e leggenda si mescolano in un equilibrio che lascia sempre sorpresi: Il bosco Macchia Grande, conosciuto anticamente  come “Silva Mantiana”, nella Riserva Naturale di Bracciano e Martignano, è un’ area boschiva pianeggiante e antica che oggi si estende per circa 600 ettari, ricoprendo parte del territorio prodotto dall’eruzione del Vulcano Sabatino.


La zona era sacra per gli etruschi e per i popoli latini: questo territorio era infatti consacrato al dio etrusco MANTH (o “MANTUS”), una divinità connessa al mondo ultraterreno (similare al Dio Soranus). Proprio da Mantus deriverebbe il nome della “Silva Mantiana”, forse per l’aspetto fitto e oscuro della foresta e per la presenza delle acque sulfuree, i cui fumi -per gli antichi- erano indizio di un passaggio tra il mondo dei vivi e gli inferi. Altri indicano una divinità femminile, sempre connessa col mondo dei morti, conosciuta col nome di Manturna (da cui verrebbe anche il nome del vicino borgo fantasma di Monterano).

Il bosco, uno dei più estesi presenti su un’ area pianeggiante, è composto da alberi grandi e antichi: il più diffuso è il Cerro, un tipo di quercia; qui vi sono esemplari secolari, che raggiungono anche i 40 metri di altezza. Oltre al Cerro è presente anche il Nespolo, il Farnetto, il Castagno e l’Acero selvatico. Già dopo i primi passi sul viale principale, il colpo d’occhio è meraviglioso: gli alberi, con i loro alti rami, vanno a formare quasi un grande corridoio, simile a una “cattedrale naturale”.

Tornando alla storia, qui e lì si incontrano tracce del passato di questo luogo: sappiamo infatti che i romani -una volta concluse le guerre con le città stato etrusche- modificarono alcuni aspetti del territorio, uno fra tutti è la realizzazione del Via Clodia. Oggi è parzialmente visibile un suo “diverticolo” (una strada secondaria) che attraversa parte del bosco.  La si può ancora vedere affiorare appena dal fitto della vegetazione e seguendola porta fino al Ponte del Diavolo, i resti di un imponente ponte di epoca romana. Questo percorso, ancora lastricato con l’antico basolato romano, serviva a condurre i legionari di ritorno dalle campagne militari alle Terme di Stigliano; qui infatti i soldati dovevano purificarsi dalla fatica e dalle malattie della guerra.

Il viale principale -da cui siamo entrati- attraversa l’intero bosco e porta fuori, su strada. Seguendo le indicazioni per la vicina Riserva Naturale della Caldara di Manziana si arriva a questo vero gioiello del nostro territorio: nessuno di noi, probabilmente, si aspettava di sentirsi come  entrare in un’ altra dimensione, eppure è quello che succede quando si visita la Caldara di Manziana.
Una vasta area circolare (a ricordare l’attività vulcanica, mai sopita, di questo luogo) ricoperta da una vegetazione che ricorda i lontani paesaggi della Scandinavia o dell’Islanda. La natura sulfurea di questo luogo -infatti- permette la crescita di piante e alberi molto lontani da quelle tipicamente autoctone del Lazio o del centro Italia: in particolare quello che meraviglia e sorprende è la presenza di alberi di Betulla Bianca, che con le cortecce argentee e ricoperti dei tipici “occhi”, in corrispondenza dei rami caduti, sembrano scrutare chi entra in questo paesaggio straordinario. Dopo aver attraversato la torbiera si scende nella vera e propria caldera, dove sono presenti i fumi sulfurei e la polla principale che ribolle senza sosta, simile ad un piccolo geyser. Qui, nei secoli passati, alchimisti del calibro di Francesco Borri (1627-1695), raccoglievano lo zolfo per i propri processi ed esperimenti alchemici.

la torbiera
la polla ribollente


Tornando sui nostri passi siamo rientrati nel bosco da dove ne eravamo usciti, seguendo però dei sentieri alternativi (segnati come “sentiero giallo” e poi “sentiero rosso”) che riportano all’ entrata nord costeggiando tutto il perimetro ovest del bosco.
Di tanto in tanto, durante la passeggiata, si incontrano cavalli e mucche che pascolano liberi,  incuranti della presenza umana.

Arrivati quasi al punto di partenza il nostro percorso ha deviato, uscendo per un istante dal tracciato interno, per visitare uno dei punti più interessanti e suggestivi dell’ intera zona: l’Ipogeo di Santa Pupa.
Il suo nome deriva da un insediamento fortificato di epoca medievale conosciuto inizialmente con il nome di Poggio della Torre e più tardi noto come insediamento fortificato di Santa Pupa (“Castrum Sanctae Pupae”).
Sappiamo che questo borgo sia nato a seguito della fine dell’ impero e ne troviamo traccia nel XIII secolo come proprietà dei Signori di Vico. Essi cedettero l’insediamento e il vicino bosco all’ ordine degli Ospedalieri del Santo Spirito, un’ ordine di monaci non dissimile da molti ordini monastici dell’ epoca, come quello degli Ospitalieri di Gerusalemme (oggi ordine dei cavalieri di Malta).

Fino alla metà del XIV secolo i 500 abitanti di Santa Pupa vissero in una relativa pace (seppur sempre minacciata dall’espansionismo degli Orsini di Bracciano) ma subito dopo l’insediamento risulta “abbandona e in rovina”. Gli studiosi hanno ipotizzato lo zampino di Verso degli Anguillara, che potrebbe aver distrutto l’insediamento ed allontanato gli abitanti.

L’Ipogeo di Santa Pupa si presenta agli avventurieri come un imponente ambiente sotteraneo scavato nella collina. Abbiamo affrontato la tetra e oscura entrata della caverna- degna di un dungeon dei migliori racconti fantasy-  e siamo piombati nel buio pesto: La prima parte ha una struttura a botte ed è lunga 70 metri che, in fondo, presenta un “occhialone”, un’apertura in alto che permette alla luce di penetrare nello spazio completamente scuro dell’ ipogeo. Si è ipotizzato che quest’ apertura servisse a illuminare un altare, forse la traccia di culti antichi che venivano celebrati qui, alla luce tremolanti delle fiaccole. Noi abbiamo trovato solo un tetro focolare spento. La seconda parte, nonostante sia più ridotta in grandezza, è forse ancora più affascinante alla vista, si tratta di una lunga galleria sui cui lati si aprono decine di “grottini” o edicole. Su uno di questi si può notare ancora incisa una particolare croce, simbolo dell’ordine degli Ospedalieri del Santo Spirito. Un’esperienza alla “Goonies” da provare, sicuramente armati di torce e coraggio. Accompagnati dall’ eco delle nostre voci e dalla presenza dei pipistrelli che abitano la struttura, siamo giunti fino al fondo della galleria e poi tornati alla luce -sempre più fioca- del giorno che cominciava a dare spazio alla sera nel bosco.

l’Ipogeo di S. Pupa


Mentre si torna nel fitto della vegetazione per raggiungere la fine dell’escursione viene da pensare alle capanne di taglialegna e dei carbonai che vivevano tra il XVI e XVII secolo all’ interno della foresta. Lavoratori indispensabili per produrre legna e altro materiale da portare poi a Roma per la costruzione di edifici vari…tra questi anche le impalcature per la realizzazione della Basilica di San Pietro.

I nostri passi ci hanno ricondotto all’ uscita del bosco, lì dove le automobili corrono veloci sulla strada asfaltata. Qui la nostra compagnia si è sciolta – per citare un’ opera di tolkieniana memoria- ma nulla può farci scordare  la bellezza e la suggestiva natura della leggendaria “selva” di Manziana.

Grazie a tutte e tutti i partecipanti all’ escursione. Chi volesse partecipare alle prossime escursioni può scriverci in DM sui social, aderire al nostro gruppo Telegram tramite il link in bio su Instagram oppure scriverci via mail al contatto fuocodelviandante@gmail.com.
Vi aspettiamo numerosi per le prossime avventure!

– Flavio Feor

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