Il lupo mannaro: storia e origini della licantropia

Dalle scure e fredde notti di migliaia di anni fa, quando era necessario accendere un fuoco per scaldarsi ed illuminare le tenebre, sono giunti a noi racconti di qualcosa capace di far rabbrividire anche i più coraggiosi…proprio da quelle tenebre, temute poiché capaci di nascondere al proprio interno qualunque minaccia, oggi proveremo a far uscire (e ad illuminare col nostro fuoco)  un fenomeno tanto famoso quanto particolare: la licantropia.

L’uomo-lupo nell’antichità

Dettaglio su ceramica etrusca

Chi di noi non ha mai visto rappresentazioni o sentito parlare della figura del lupo mannaro?  Racconti e romanzi del periodo romantico a tema gotico e film horror più moderni hanno contribuito largamente a far conoscere questa creatura mitologica; ma la credenza che un essere umano possa trasformarsi in un lupo esiste dall’alba dei tempi e in culture anche molto lontane tra loro. Ne troviamo testimonianza già nel poema babilonese Gilgamesh: qui, infatti, la dea Ishtar trasforma per punizione un pastore in lupo, mettendogli perfidamente contro parenti e amici.

Nella Bibbia, in particolare nel libro del profeta Daniele, si racconta del delirio zooantropico di Nabuccodonosor, sovrano di Babilonia:

“Preceduto da un periodo di intensa attività onirica, con incubi terrificanti e premonitori, si abbatte sul re un prostrante stato allucinatorio nel quale egli, sentendosi simile a una belva, abbandona la sua comunità ed erra, nudo, per i boschi, fino a subire vere e proprie metamorfosi fisiche: “il pelo gli crebbe come le penne alle aquile e le unghie come agli uccelli” (Danele, 4:30). Sette anni di tormento, poi la guarigione e il ritorno al proprio trono.”

Nel mondo classico il tema della fusione tra l’essere umano e il lupo torna spesso; ne troviamo traccia in alcuni culti arcaici, come quello del Monte Soratte, che abbiamo descritto in un articolo dedicato(https://fuocodelviandante.code.blog/2023/02/21/excursus-trekking-sul-monte-soratte-luogo-dellantico-culto-dei-sacerdoti-lupo/), oppure nei Lupercali celebrati nell’antica Roma Ma anche nei testi scritti degli antichi autori il fenomeno della licantropia è ricorrente, tra questi Virgilio, ad esempio, che ne parla sia nelle Bucoliche, attraverso le parole di Alfasibeo, che nell’Eneide, nel passaggio dedicato ai sortilegi della maga Circe, capace di trasformare uomini in lupi.

“Queste erbe e questi veleni raccolti nel Ponto Meri in persona mi ha dato: nel Ponto ne nascono molti. Vidi Meri grazie ad essi trasformarsi spesso in lupo e nascondersi nelle selve, spesso lo vidi evocare le anime dai profondi sepolcri e trasportare le messi da un campo all’altro.”(Bucoliche (VIII, 95-99)

Anche Ovidio, nelle sue Metamorfosi, fa riferimento alla licantropia narrando la leggenda di Licaone, un personaggio della mitologia greca, riconosciuto come malvagio e crudele da Zeus e per questo trasformato in un lupo dal padre degli dei.  Lo stesso nome Licaone, rimanda al termine “Licantropo”, poiché formato dalle parole greche λúkος (“lupo”) e ἄνθρωπος (“uomo” o “umano”).

Il mito di Licaone

Del “mal di luna” parla anche Plinio nelle Storie Naturali e Petronio nel Satyricon, attraverso il personaggio di Nicerote, il quale confessa a Trimalcione di avere assistito alla trasformazione di un militare in lupo mannaro. In questo caso Nicerote, descrivendo la trasformazione dell’uomo in bestia, afferma di riconoscere in questo individuo un “Versipellis”, qualcuno cioè in grado di mutare volontariamente la propria pelle da umana in animale.

“Giungemmo fra le tombe […] Poi, come rivolgo lo sguardo al mio compagno, lo vedo che si sveste e depone gli abiti sul ciglio della strada. Mi sale il cuore in bocca; ero rigido come un morto. Quello invece comincia ad orinare intorno ai suoi vestiti e all’improvviso diventa lupo. […] dopo essere diventato lupo prese ad ululare e fuggì nei boschi. […]Capii allora che era un versipellis, e in seguito mi sarei fatto uccidere piuttosto che mangiare un pezzo di pane con lui.” – (Petronio, Satyricon  62, 1-14)

Nell’evo antico-infatti- esistevano due tipi diversi di licantropia: una –considerata maligna- era quella di chi sceglieva, attraverso la magia, di trasformarsi all’occorrenza in lupo; l’altra invece fu descritta dal famoso medico Galeno come una vera e propria malattia (il cosiddetto “morbo lupino”) contro cui bisognava mettere in campo una serie di rimedi elencati nel suo trattato sulla teoria degli umori.

Nella tradizione del Nord

Dirigendo il nostro sguardo alla cultura nordica altomedievale -comunemente conosciuta come cultura norrena o vichinga- il lupo rappresenta un animale fondamentale nella mitologia e nelle leggende: basta pensare a Skoll e Hati, la coppia di lupi che ingoiano il sole e la luna; oppure a Fenrir, il minaccioso e gigantesco lupo figlio del dio ingannatore Loki e della gigantessa Angroboda. Nella mitologia norrena anche la Saga dei Volsunghi tocca l’argomento della licantropia: nel canto quinto viene descritto come la regina, moglie di re Sigger, si trasformi in lupa per uccidere i figli di Volsungh. Più avanti nella storia poi, Sigmund e Sinfjotli raggiungono una casa nel bosco, questa è abitata da due nobili afflitti da una maledizione: essi sono costretti a mostrarsi sempre con l’aspetto di lupi e- solamente una volta ogni cinque giorni-possono lasciare le pelli animali e tornare nelle loro sembianze naturali.

Eppure il legame più  evidente con il fenomeno della licantropia lo troviamo negli Ulfiednar, i guerrieri vichinghi che -insieme ai Berserker- erano consacrati a Odino, il padre di tutti. Gli Ulfiednar, a differenza dei Berserker (che erano associati alla figura dell’orso), erano guerrieri vestiti esclusivamente di una pelle di lupo e ricondotti ad uno stato di trance guerriera che li portava a combattere con furia cieca e micidiale.  È opinione diffusa che la pelliccia fosse anche visivamente simbolo di “trasformazione” dell’uomo in lupo feroce.

Ad oggi gli studi eseguiti su questa tradizione guerriera descrivono un rituale in cui gli Ulfiednar e i Berserker consumavano sostanze psicotrope (come funghi del tipo Amanita Muscaria o altri prodotti) che li portavano allo stato di incoscienza che li rendeva così pericolosi e temibili agli occhi dei nemici. Nonostante ciò, ad oggi, non abbiamo ancora scoperto con certezza quali pratiche e/o sostanze venissero consumate dai guerrieri per ritrovarsi catapultati nello stato di delirio animalesco.

Un’altra testimonianza “scandinava” –dai toni davvero inquietanti- proviene dal cartografo Olaus Magnus nella sua “Historia de gentibus septentrionalis” (1555). Egli affermò  di sapere che da qualche parte in Svezia, durante la notte di Natale, vi era un raduno lupi mannari che massacravano gli animali nelle stalle e gli uomini nelle case:

«[…] li quali la notte medesima, con meravigliosa ferocità incrudeliscono, e contro la generazione umana, e contro gl’altri animali, che non son di feroce natura, che gl’abitatori di quelle regioni patiscono molto di più danno da costoro, che da quei che naturali Lupi sono, non fanno. Percio chè, come s’è trovato impugnano con meravigliosa ferocità a le case de gl’uomini, che stanno nelle selve, e sforzansi di romperle le porte, per poter consumare gl’uomini e le bestie che vi son dentro»

Licantropia nel medioevo

Del resto è proprio nel medioevo che prende forma questo fenomeno del folklore, almeno per come lo conosciamo noi: nell’immaginario collettivo dei cosiddetti “secoli bui” i tetri boschi e le sconfinate foreste del continente europeo diventano il luogo prediletto del mistero e del soprannaturale, in essi -oltre ai banditi e agli animali selvatici- si pensava si nascondessero ogni tipo di creatura fantastica e spaventosa. Non c’era alcuna garanzia di sicurezza per chi viveva e lavorava al di fuori delle mura delle città e dei castelli.

Una straordinaria testimonianza dell’importanza del tema del lupo mannaro nel medioevo è il Lais (un componimento poetico sotto forma di racconto) della poetessa Maria di Francia risalente alla fine del XII secolo e conosciuto con il nome di “Bisclavret”. In esso si racconta della moglie di un cavaliere che, sospettosa delle sue ricorrenti assenze, chiede al marito le ragioni dei suoi continui viaggi; questi, incalzato dalla dama, le rivela di essere appunto un lupo mannaro (conosciuto col nome di Bisclavret) e di essere costretto a passare almeno tre giorni della settimana nel bosco a vivere di caccia e ruberie, per poi rimettersi i suoi abiti e tornare il cavaliere di sempre. La rivelazione porterà a esisti rocamboleschi.

Bisclavret ha nome in Bretagna,

Garulf lo chiamano i Normanni.

Già in passato si poteva udire

di come sovente soleva capitare,

che diversi uomini divenissero lupi mannari

e nella boscaglia avessero dimora.

Il lupo mannaro è una bestia selvaggia

quando è in preda alla rabbia,

divora uomini e fa gran danno,

abita e vaga nelle grandi foreste.

Di tal affare lasciamo ora stare;

del Bisclavret vi voglio raccontare.

(qui trovate il testo completo: https://www.paolospaggiari.com/bisclavret-il-lupo-mannaro-di-maria-di-francia/)

Nella tradizione celtica la leggenda riportata nel Konungs skuggsjá (“Lo Specchio del Re”,1250) attribuisce la nascita dei lupi mannari in Irlanda al suo stesso patrono. Pare che San Patrizio, scontento degli abitanti dell’isola che non desideravano convertirsi alla fede cristiana, li condannò alla maledizione di trasformarsi in lupi mannari. 

“Veri” lupi mannari?

Quando, nel XVI e XVII secolo assistiamo all’avvento della Riforma protestante e al conseguente periodo di oscurantismo religioso, la figura del lupo (e dell’uomo-lupo), dapprima controversa e ricca di caratteristiche (anche contraddittorie) cominciò ad essere percepita esclusivamente come figura esclusivamente negativa e demoniaca, portatrice di malvagità e violenza. Per la chiesa del tempo, infatti, ogni traccia delle antiche tradizioni e credenze pagane era riconducibile alle forze demoniache e perciò da condannare senza alcuna riserva: nel famoso “Malleus Maleficarum”, ad esempio, si fa riferimento al licantropo come creatura posseduta dal diavolo e perciò completamente malvagia.

La credenza che nelle notti di luna piena lupi mannari (conosciuti in inglese come werewolf, in tedesco werwulf). imperversassero nelle campagne o nelle foreste europee restò piuttosto diffusa per molti secoli e oltre ai racconti scritti esistono molte testimonianze di presunti veri licantropi o mannari, ritenuti colpevoli di omicidi e violenze.

Ad esempio in Germania, nel 1564, un contadino chiamato Peter Stubbe  -in seguito conosciuto anche come il “Lupo Mannaro di Bedburg”- in venticinque anni massacrò una decina di persone, tra cui suo figlio, almeno due donne incinte, diversi bambini e moltissime bestie. Nel 1589,però, durante uno dei suoi folli e animaleschi raptus contro un bambino, venne scoperto e bloccato da un gruppo di persone; Stubbe si comportò esattamente come un animale selvaggio, ringhiando e mordendo. Portato davanti alle autorità, Stubbe confessò di aver fatto un patto col demonio e che questi gli aveva regalato una cintura magica che gli permetteva di trasformarsi in lupo e realizzare i suoi efferati crimini (almeno questo viene riportato dal manoscritto del 1590 ritrovato da Montague Summers). Il Lupo Mannaro di Bedburg venne condannato e decapitato in piazza, solo dopo essere stato pubblicamente torturato e mutilato di mani e piedi.

Un altro episodio etichettato come “licantropico” è quello relativo al “Sarto di Châlons”, del quale non conosciamo neppure il nome poiché pare vennero distrutti tutti i documenti al riguardo, tanto furono efferati i suoi crimini. Tra le poche notizie che ci sono state riportate da Sabine Baring-Gould, il serial killer commise i suoi delitti nel 1598, in Francia e che usasse adescare bambini per poi ucciderli e spesso consumarne le carni…il tutto con indosso delle pelli di lupo. Pare inoltre che andasse alla ricerca di infanti nel bosco -alla maniera dei lupi- e che nel suo negozio vennero ritrovati barili ricolmi di ossa sbiancate dalla calce.

Ultimo ma incredibilmente noto è il caso della “Bestia del Gévaudan” che tra il 1764 e il 1767 terrorizzò l’omonima regione francese: a questa creatura –da molti creduta sovrannaturale e invincibile- sono stati attribuiti decine di omicidi e ferimenti.  Dopo una caccia al mostro durata per tre lunghi anni e il coinvolgimento della stessa corna francese, le cronache riportano che il 19 giugno 1767 un grosso lupo fu abbattuto dal cacciatore Jean Chastel. La carcassa fu subito trasportata e analizzata; nel rapporto del notaio Marin si legge: «ci sembrava un lupo, ma straordinario e molto diverso nel muso e nelle proporzioni dai lupi che vediamo solitamente in questa regione». Molte speculazioni sono state fatte sulla “bestia”, alcuni affermarono che si trattava di un lupo stranamente antropofago, altri pensavano a un raro incrocio. Fatto sta che dal giorno dell’abbattimento dell’animale non furono più registrate aggressioni nella zona dello Gévaudan.

Come spesso ci capita di osservare, anche questa volta la storia ci offre degli spaccati ancora più sconvolgente e incredibile di un racconto di fantasia.

Nei racconti gotici

La “consacrazione” del licantropo nella cultura di massa avviene solo nel XIX e XX secolo:  la tradizione letteraria romantica, infatti, famosa per riportare in auge temi tipici del periodo medievale, “Wagner the Wehr-wolf” di G. W. Reynolds oppure  “Le meneur de loups” di Alexander Dumas o “Le loup” di Guy Maupassant. La nascita e propagazione del fascino per il tema gotico, portato in auge da autori come Edgar Allan Poe e Mary Shelley, conclude il cerchio, facendo diventare popolare  la figura del licantropo nel pubblico sempre più vasto di lettori e –in seguito all’avvento del cinema- di spettatori.  

Sono centinaia, se non migliaia le tracce di questo fenomeno nelle diverse tradizioni folkloristiche: dall’europa, all’asia e alle americhe…sarebbe impossibile provare a riassumere ogni leggenda, racconto o voce su queste figure tanto inquietanti quanto affascinanti. Meriterebbe un capitolo a parte lo studio del licantropo in Italia: in quasi ogni regione-infatti- l’uomo lupo assume nomi e comportamenti diversi; ci riserviamo pertanto di affrontare il tema in un articolo dedicato.

Forse, il bisogno dell’uomo antico e moderno in questo caso coincide nel cercare un contatto tra civiltà e spirito selvaggio, tra città e natura, tra regole e libertà assoluta…ed è in questo punto di incontro tra opposti che si colloca la figura dell’uomo lupo, portatrice tanto di terrore, quanto di forza e “liberazione” selvaggia: Un “richiamo della foresta” irresistibile, soprattutto nelle notti di luna piena.

– Flavio Feor


Fonti:
Virgilio, Eneide
Ovidio, Metamorfosi
Petronio, Satyricon
Claudio Galeno, Ars Medica Arte Medica
Gianna Chiesa Isnardi (a cura di), Leggende e miti vichinghi, Milano, Rusconi, 1989
Olaus Magnus, Storia dei popoli settentrionali. Usi, costumi, credenze, a cura di Giancarlo Monti, BUR classici, Roma, 2001
http://www.metismagazine.it
http://www.lorenzomanara.it
http://www.wikipedia.org
http://www.treccani.it

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