
Immaginate una piazza avvolta da un momentaneo – quanto anomalo- silenzio, interrotto bruscamente da un pesante e preciso colpo d’ascia. Nella piazza, dove di solito c’è il mercato, cominciano a volare ceffoni: schiaffi di madre e padri ai figli, così da ricordare loro che fine fanno i fuorilegge. Questa doveva essere una scena di ordinaria amministrazione per il personaggio di cui parleremo oggi: il Mastro Titta, il “Maestro di Giustizie del Papa, uno dei boia più famosi della storia.
Giovanni Battista Bugatti (in arte “Mastro Titta”) nacque a Senigallia, nel 1779. Non sappiamo se il gusto del macabro gli sia sempre appartenuto oppure avesse approcciato alla morte solo nel 1796, quando entrò in servizio per lo Stato Pontificio.
Ai tempi, infatti, il Vaticano non era il microstato religioso dedito ad attività cristiane e al turismo che conosciamo oggi…a quel tempo il Papa governava Roma e vasti territori del centro Italia con il pugno di ferro, alla stregua dei più machiavellici principi europei.
Bugatti viveva in Vicolo del Campanile, all’interno delle mura vaticane, al riparo dell’odio che il popolo nutriva nei suoi confronti per il suo infame servizio. Egli –ufficialmente- era un venditore e verniciatore di ombrelli, ma quando un criminale veniva condannato alla pena capitale, ecco che il Bugatti doveva attraversare il Ponte Sant’Angelo per recarsi in una delle grandi piazze della Città Eterna dove si organizzavano le condanne a morte: Piazza Campo de Fiori, Piazza del Popolo, Piazza del Velabro e altre. Da questa funesta “tradizione” derivano i detti romani “Boia nun passa ponte”, per dire che ognuno doveva restare al suo posto e “Boia passa ponte”, un modo per intendere che in quel giorno si sarebbe svolta un’esecuzione.
Mastro Titta, nel suo lungo periodo di servizio come boia papale (dal 1796 al 1864) giustiziò un totale di 514 persone e ciò è riportato nei taccuini redatti proprio da Bugatti. In uno di essi il boia racconta la sua prima esecuzione, nella località Poggio delle Forche: «Il 28 marzo 1797, mazzolai e squartai in Valentano Marco Rossi, che aveva ucciso suo zio e suo cugino per vendicarsi della non equa ripartizione fatta di una comune eredità».
Era il 19 maggio 1817 quando l’autore inglese Lord Byron partecipò ad una delle “performance” di Mastro Titta: la decapitazione di tre ladri (Giovanni Francesco Trani, Felice Rocchi e Felice De Simoni). La macabra visione –secondo le parole dello stesso Byron- lasciò il poeta scosso e fortemente impressionato.
Un altro famoso autore inglese, Charles Dickens, fu testimone del lavoro del Bugatti nel 1844, definendolo «Uno spettacolo brutto, sporco, ributtante».
In entrambe le testimonianze sembra emergere quanto più che l’atto in sé, quello che lasciò sgomenti erano le reazioni della folla romana, trepidante e quasi eccitata all’idea di vedere la morte altrui…qualcosa che ricorda l’amore degli antichi romani per i crudeli giochi circensi del colosseo.
Eppure pare che il Mastro Titta non fosse un uomo senza pietà e assetato di sangue: viene riportato che teneva molto al fatto che la decapitazione avvenisse senza inutili sofferenze ai danni del condannato: pare inoltre che era solito offrire alle sue vittime vino o tabacco prima del colpo fatale…una consolazione, seppur magra, negli ultimi momenti di vita.
Come accennato all’inizio, quando il boia, -vestito col suo inconfondibile mantello scarlatto (oggi conservato al Museo Criminologico di Roma)- eseguiva la pena, i genitori presenti alla scena mollavano sonori schiaffi ai propri figli, come monito.
Un sonetto del poeta romano Gioacchino Belli racconta l’insolita usanza dello schiaffo:
«Il ricordo
Il giorno che impiccarono il Camardella
io mi ero appena cresimato.
Mi sembra adesso, che il padrino al mercato
mi comprò un “saltapicchio” e una ciambella.
Mio padre prese poi la carozzella,
ma prima volle “godersi” l’impiccato:
e mi teneva in alto sollevato,
dicendo: «Guarda la forca quant’è bella!».
Tutt’a un tratto, al “paziente”, Mastro Titta
appioppò un calcio in culo, e il papà a me
uno schiaffone sulla guancia con la destra.
«Tieni!», mi disse, «e ricordati bene
che questa stessa fine sta già scritta
per mille altri che sono meglio di te».
Nell’immagine il mantello appartenuto a Giovanni Battista Bugatti, meglio conosciuto come Mastro Titta.

– Flavio “Feor”
Fonti:
