
Per la serie “Viandando” oggi vi portiamo con noi nel percorso che abbiamo affrontato nella Riserva del Monte Catillo, a Tivoli (Lazio).
Partiamo col dire che questa zona del Lazio ha una storia antichissima: la fondazione di Tivoli infatti, originariamente conosciuta con il nome di Tibur, risalirebbe al 1215 a.C.
La sua stessa fondazione si colora di leggenda, riportata anche da Catone il Censore nelle sue “Origini”, secondo il quale il fondatore di Tibur sarebbe stato Catillo, capo di un insediamento in Arcadia (Grecia), che sarebbe approdato nel Lazio, sconfitto i siculi e dato origine alla nuova città.
Egli avrebbe inoltre avuto tre figli: Tiburto, Corace e Catillo (junior) ed è proprio ispirandosi al nome del primogenito che venne chiamata la città.

Un’ altra leggenda racconta invece della storia del nome del fiume che bagna l’odierna Tivoli: sembra che Anio, allora re degli etruschi, nel tentativo di recuperare sua figlia (fuggita per motivi amorosi) sarebbe stato travolto dalla corrente del fiume, che da quel giorno venne chiamato Aniene.
Muoviamo così i nostri passi dal punto di partenza (l’Arco di Quintilio Varo) su per la strada asfaltata e all’ imbocco del sentiero -n.330- che ci porterà sul Monte. All’ inizio la salita si fa un po’ sentire ma presto si arriva alla croce: il punto offre un primo spettacolare sguardo panoramico sulla città e sulla pianura tutt’intorno ad essa.
Gambe in spalla e proseguiamo sul sentiero fino ad incontrare la magnifica Sughereta di Sirividola. Lasciamo quindi la brulla vegetazione della partenza ed entriamo in questo bosco di querce davvero affascinante: qui e là potete trovare pezzi di corteccia che si sono staccati dai rami e apprezzare la particolarità di questo materiale unico.

Usciti ombra degli alberi procediamo sulla “cresta” del promontorio, attraversando Monte Giorgio e Colle Piano, ritrovandoci a poter osservare tanto il paesaggio sulla città (in direzione Sud- Ovest), tanto quello nella direzione opposta che affaccia sulla valle sottostante e su Monti Lepini, Simbruini, fino alle cime innevate d’Abruzzo. Uno spettacolo.

Poco più avanti al bivio prendiamo il sentiero n.334 che ci porta nel fitto del bosco della riserva. Lungo questo percorso si incontrano i resti in muratura di un’ antica cisterna romana, adibita alla raccolta delle acque piovane. Dopo qualche centinaio di metri ci si trova al bivio del sentiero 331: se si prende a sinistra si scende fino al punto di partenza, concludendo l’anello. Noi abbiamo preso a destra per visitare il prato di Fonte Vecchia, col suo piccolo rifugio.
Torniamo indietro e cominciamo a scendere, sempre nel bosco. Fate attenzione al lato destro del sentiero 331 poiché si possono osservare delle formazioni carsiche davvero interessanti.
Continuiamo a dirigere i nostri passi verso sud ovest quando incontra un grosso recinto per il pascolo dei cavalli e delle Vacche Maremmane: il sentiero costeggia la staccionata ma noi lo troviamo quasi impossibile da attraversare per via del fango. Così conviene fare il giro intorno al percorso fino a tornare sul sentiero, appena si fa calpestabile. Le maremmane osserveranno noncuranti i vostri sforzi (se avete cani è importante legarli, soprattutto in questo punto).
Torniamo fuori dal bosco e sulla carrareccia che scende, in alcuni punti anche ripidamente, verso la strada asfaltata fino ad arrivare al’arco di partenza.
In conclusione: In tutto il percorso ha una lunghezza di circa 12 km e un dislivello di 400 mt. Salite e discese sono fattibili, con un minimo di resistenza fisica e volontà. Inoltre il percorso è sempre ben segnato con i classici segnavia della CAI. Personalmente l’ho trovato piacevole sia nel percorrerlo, sia nei panorami che regala la splendida riserva. Come dare torto a Catillo e ai suoi figli nell’aver scelto un punto simile per fondare la loro città?
– Flavio Feor
