I benandanti: storia o leggenda?

Bentornati viandanti, oggi vi parleremo di un fenomeno poco conosciuto e interessante, circondato da un alone di mistero…simile alla nebbia che aleggiava intorno ai villaggi del nord Italia tra il 1500 e il 1600: andiamo alla scoperta dei benandanti!


Queste figure appartengono alla tradizione dell’ Italia del nord, più precisamente della zona del Friuli. Ma chi erano e che ruolo avevano?


Secondo il testo “i benandanti” dello storico Carlo Ginzburg (che ad oggi rappresenta il testo di riferimento per approfondire il tema), i benandanti erano uomini e donne, posti al confine tra religione cristiana e antichi culti pagani, che si occupavano di fare del bene e soprattutto di combattere le entità maligne, tenendole lontane dalle comunità.


Retaggio di un antico culto agreste,
Per diventare un benandante bisognava avere un particolare requisito: essere nato “con la camicia” (ovvero ancora avvolti dal sacco amniotico). Quando un bambino nasceva in questo modo, un pezzo della placenta veniva benedetta e conservata per il futuro. Esso sarebbe diventato il talismano che il benandante avrebbe dovuto portare sempre con sé e la perdita di tale oggetto avrebbe portato alla perdita dei suoi “poteri”.


Le fonti raccontano che, secondo la tradizione, i benandanti, durante le ore notturne dei tempora (che corrispondono all’inizio delle quattro stagioni), lasciavano momentaneamente il proprio corpo per incontrarsi in gruppo in luoghi remoti, spesso boschi o foreste, lontane dai borghi abitati per combattere contro streghe e demoni.
Si racconta che forze del bene portassero con sé dei rami di finocchio e che si scontrassero con le entità malevole, armate invece di rami di saggina (la stessa con cui si realizzano le famose “scope delle streghe”) o canne di sorgo.

«Io sonno Benandante perché vò con li altri a combattere quattro volte l’anno, cioè nelle quattro tempora, di notte, invisibilmente con lo spirito et resta il corpo…noi con le mazza di finocchio et loro con le canne di sorgo»

– Carlo Ginzburg, “I benandanti”

L’esito di queste “battaglie” determinava la fortuna o meno dei raccolti: in caso di vittoria i campi sarebbero stati floridi e i raccolti abbondanti, in caso contrario la zona sarebbe stata colpita da carestia.

Molte delle fonti che ci raccontano di questo fenomeno vengono dalla famigerata Santa Inquisizione, molto attiva in quel periodo per la ricerca e la condanna di presunte streghe ed eretici.


L’inquisizione, pur riconoscendo ai benandanti un ruolo tendenzialmente positivo all’interno delle comunità contadine dell’epoca, ne condannò le pratiche sciamaniche, magiche e perciò eretiche.
Nonostante gli imprigionamenti (e probabilmente le torture) non ci è giunta nessuna testimonianza di benandanti condannati a morte, ma la loro esistenza, come congrega, andò via via dissolvendosi…anche se qualcuno afferma ancora oggi di vedere, nelle notti più buie dei solstizi, figure simili a maghi confrontarsi con le forze oscure che incombono su di noi, che restiamo ignari dei mondi che prendono forma nei boschi fuori dalle nostre città.

– Flavio F.

Fonti:


– Carlo Ginzburg, I benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Torino, Einaudi, 1966; nuova ed., Einaudi, 1972, 2002; nuova postfazione dell’Autore, Collana L’oceano delle storie n.26, Milano, Adelphi, 2020, ISBN 978-88-459-3520-6.

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